Il conflitto in Medio Oriente sta
colpendo duramente l’industria automobilistica giapponese.
Secondo i dati diffusi dal ministero delle Finanze, ad aprile le
esportazioni di veicoli verso la regione sono crollate di oltre
il 90% sia in valore che in volume rispetto allo stesso mese del
2025, complice la chiusura dello Stretto di Hormuz che ha
paralizzato i traffici marittimi verso uno dei mercati più
redditizi per i costruttori nipponici. Nel 2025 il Medio Oriente
aveva assorbito circa il 14% dell’export automobilistico globale
del Giappone, sostenuto soprattutto dalla domanda di modelli ad
alta redditività come il Land Cruiser di Toyota. Gli analisti
ritengono che le conseguenze della crisi possano protrarsi oltre
l’emergenza immediata, fino a incidere in modo strutturale sulle
rotte commerciali e sulle strategie produttive delle case
automobilistiche. In questo contesto accelera il
rafforzamento della presenza industriale in India, considerata
da tempo un mercato chiave e una piattaforma alternativa per
l’export. Toyota ha annunciato questo mese la costruzione di un
nuovo stabilimento nel Paese, con una capacità produttiva di
100.000 veicoli all’anno destinati anche ai mercati esteri a
partire dalla prima metà del 2029. Pur essendo uno dei
costruttori più esposti in termini assoluti nella regione
mediorientale, Toyota beneficia di una forte diversificazione
geografica: il Medio Oriente rappresenta infatti circa il 6%
delle vendite globali del gruppo, un fattore che, secondo gli
analisti, dovrebbe consentire di assorbire meglio l’impatto
della crisi rispetto ad altri concorrenti. Strategia analoga
anche per Suzuki che ha recentemente superato Nissan al terzo
posto tra le case automobilistiche giapponesi e da tempo
concentra gli investimenti sull’India, dove una nuova linea
produttiva entrerà in funzione nel corso dell’anno.
Automobile Magazine – ITALIA






















