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Riflettori puntati sull'auto, Porsche e Mercedes scoprono le carte

IT

(di Paolo Verdura)
I riflettori della borsa sono
puntati sull’auto che, con un calo dell’indice di settore del
21% da inizio anno, fa peggio di tutti. In 10 mesi infatti
l’indice paneropeo Stoxx 600 è salito del 6,6%. Il primo passo
lo ha fatto lo scorso 30 settembre Bmw con il Capital Markets
Day. Il colosso bavarese, che cede il 41,68% da inizio anno,
punta a riportare i margini al 5% nel 2028. Il giorno successivo
è toccato a Volvo (-53,83%), che ha ritirato le stime sull’anno
in corso a causa delle difficoltà in Cina e negli Usa. La
prossima settimana invece è il turno di Porsche (-5,74%),
impegnata anch’essa con il Capital Markets day di mercoledì 7,
mentre il giorno dopo scopre le carte Mercedes (-33,87%), che
diffonde i preliminari dei primi 9 mesi dell’anno.

   
L’appuntamento con i preliminari di Bmw e Porsche è previsto per
lunedì 12 ottobre, mentre solo la casa di Stoccarda illustrerà i
risultati definitivi il 27 del mese. Il 28 tocca a Stellantis
(-58,96%), il 29 a Volkswagen (-34,83%) e Renault (-30,32%) e il
30 ad Audi, che non è quotata ed è interamente controllata da
Volkswagen.

   
Al di là del calendario, il tema dominante è la guerra dei
prezzi contro l’avanzata delle case cinesi, le cui vendite in
Europa sono salite in agosto dell’11,7% a fronte di un rialzo
del mercato del 5,3%. La presenza del Celeste Impero vale oggi
l’11% circa del mercato europeo e potrebbe arrivare al 30% nel
2035 in assenza di ulteriori correttivi da parte dell’Ue che
vadano oltre gli attuali dazi.

   
Da qualche mese i colossi dell’auto hanno adottato
contromisure, con l’obiettivo di tagliare i costi ed essere più
competitivi con i rivali asiatici. Proprio Volkswagen ha
annunciato il 3 settembre il raddoppio sui tagli, portando il
totale da 50 a 100mila posti di lavoro, con la chiusura di 4
fabbriche. E’ di pochi giorni fa poi la disdetta di 10 contratti
collettivi e la messa in discussione delle 35 ore settimanali
per 130mila dipendenti tedeschi, che sarà oggetto di una
prossima trattativa sindacale. Possibile anche la chiusura di
Seat, fondata negli anni 50 dallo stato spagnolo e da Fiat,
entrata poi nell’orbita del gruppo negli anni 80. Da una sua
costola è nata Cupra, destinata invece a rimanere in vita. Di
semplificazione e riduzione dei costi ha parlato Bmw, che
prevede di tagliare 8mila posti grazie anche all’intelligenza
artificiale, sforbiciare le linee di comando e di puntare sui
modelli di lusso, riportando il margine sull’auto dall’attuale 2
al 5% nel 2028 e al 10% nel lungo periodo. Non vanno bene le
cose neanche a Volvo, che a fronte di un calo del 10,7% delle
vendite nel 3/o trimestre, ha ritirato le stime sui volumi e sul
flusso di cassa per il 2026. Le difficoltà vengono proprio dalla
Cina, paese del principale azionista Geely, che ha il 78,87%, e
dagli Usa, mentre l’Europa resiste.

   
Con un livello di concorrenza sui costi e sul rapporto tra
prezzo e qualità a favore dei prodotti cinesi, le case europee
stanno valorizzando la propria storia. Lo hanno fatto da tempo
Bmw e Fiat, rispettivamente con le riedizioni della Mini e della
Cinquecento. Ci ha provato Volkswagen prima con il Maggiolino,
riproposto in due versioni dal 2011 al 2019, per poi puntare sul
monovolume elettrico Id.Buzz, che rispolvera i fasti del
Transporter derivato proprio dal Maggiolino, noto anche come
‘Bulli’. Renault ha rispolverato recentemente e con successo i
fasti della R4, della R5 e della Twingo, ora solo elettriche, in
un’operazione nostalgia che ha indotto Citroen a proporre al
prossimo Salone di Parigi il prototipo di una nuova 2Cv a
elettroni. Un lusso, quello di mettere in gioco l’eredità
storica del proprio marchio, che i cinesi non si possono ancora
permettere.

   

Automobile Magazine-Italia

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