Lo sport, il motorsport e la F1 sbarcano su Repubblica: un libro ricostruisce l’epopea

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C’era una volta un giornale che nasceva senza sport, come un bambino senza giocattoli. La Repubblica del 1976 era così: politica, cultura, economia, ma niente pagine dedicate al calcio, al tennis, al ciclismo, al motorsport. Poi, nel 1994, lo sport arrivò – e con lui, in tempi più recenti, il motorsport e la Formula 1 – trasformando il quotidiano in una casa completa per chi ama le storie oltre il risultato

Si chiude un cerchio

Oggi si un cerchio iniziato trent’anni fa. E questo avviene nel modo migliore: con un libro che celebra e ricostruisce quel momento fondante. Si intitola “I quattro Gianni. Brera, Clerici, Minà, Mura e lo sport di Repubblica” (Minerva Edizioni, 18 euro), scritto da Giuseppe Smorto, che di quelle pagine fu responsabile e testimone diretto.

Tempi eroici

Erano i tempi in cui lo sport non era un algoritmo di highlights su TikTok, ma una narrazione epica, un duello di parole e passioni servito su carta che profumava di inchiostro e sigarette. E su quelle pagine, per una bizzarra congiuntura astrale, si ritrovarono quattro Gianni – come i moschettieri, ma con la penna al posto della spada. Gianni Brera, il genio pavese che inventò parole come “contropiede” e “centrocampista”, trasformava il calcio in una sinfonia contadina, in un’epica di fango e gol. Poi Gianni Clerici, il Professore, elevava il tennis a dramma shakespeariano: Federer eroe tragico, Wimbledon salotto vittoriano infestato da fantasmi. Quindi Gianni Minà, il maestro delle interviste, parlava con Ali e Maradona come un terapeuta orientale, evocando confessioni senza urla. E infine Gianni Mura, il poeta del lunedì, intrecciava pallone e prosciutto, Giro d’Italia e vino buono: lo sport era umanità pura, fatica e gioia condivise.

Un pezzo di storia

Smorto non scrive una biografia asettica: è un memoir nostalgico, punteggiato di aneddoti felliniani – liti furibonde, dispetti da redazione (addirittura qualche schiaffo, quando il politically correct era roba da americani), e la “suprema gioia” di lavorare nella “redazione più bella del mondo”. Lui si sentiva “al sicuro all’ombra di alberi giganti”. E si capisce: quei quattro erano icone con personalità da primedonne, capaci di trasformare un pareggio in un trattato filosofico.

Nessun rimpianto

Ma il libro non è solo rimpianto per un’era senza smartphone, quando le partite si giocavano la domenica e il mondo sembrava più lento, più autentico. Smorto ricorda che lo sport è “diritto, forma suprema di dialogo e di incontro, lingua universale”. I Quattro Gianni ce lo insegnavano ogni giorno: Brera con la sua erudizione plebea, Clerici con l’eleganza estetica, Minà con l’empatia da confessore, Mura con l’umanità da cantastorie.

Cosa ne rimane di quei tempi magici?

Oggi lo sport è un circo digitale (guardate la F1, con i suoi show urlati e le emoji al posto dei neologismi). Leggere questo libro è come aprire una bottiglia di vino d’annata: scalda il cuore, ma lascia a volte un retrogusto amaro. Quanto abbiamo perso? Chissà da dove, come scrive Smorto, continuano a mandarci il loro messaggio. Forse dal paradiso dei giornalisti, dove le partite non finiscono mai e le redazioni sono eterne. O più semplicemente dalle pagine ingiallite che resistono nelle nostre librerie. Grazie a loro – e a Smorto che li ha riesumati – possiamo ancora illuderci che il giornalismo sportivo non sia solo un mestiere, ma un’arte. E che, anche nell’era dei like e dei thread infiniti, qualcuno continui a raccontarlo con la stessa passione con cui lo fecero quei quattro giganti.

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